(maggio 2010)

Scrivere della pittura di Enzo Archetti è come obbedire al dettato di un carme ispirato e copioso: è questa la cifra che propugna la sua arte; è questo che egli ha attuato camminando per via: inverare l’Assoluto nello spazio limitato della tela; sciorinare con grazia ed inusitata eleganza la presenza regale e misteriosa della muliebrità nel creato; districare con caparbietà ed infine risolvere in pittura quelle dicotomie esistenziali così assidue nell’esperienza quotidiana per volgere lo sguardo – attraverso lo slancio della poesia – alla bellezza: peculiarità immanente – quest’ultima – alla ricerca che l’artista bresciano severamente conduce da oltre trent’anni.

Archetti ha dispiegato nel tempo – con fatica e pazienza, passione e maestria –, mediante la lenta conoscenza e l’acquisizione graduale delle proprie poliedricità pittoriche, una sensibilità in grado di empiere e svuotare con duttilità le tele, servendosi di tecniche e di linguaggi assai diversi, attraverso un meditato e complesso processo creativo che lo ha condotto da una parte a suggellare risoluzioni compositive sempre più raffinate, essenziali e concettose, e dall’altra a comporre giulive e fastose agglomerazioni, con tracce di immagini umane ad accrescerne il valore semantico e speculativo.

Ogni dettaglio nella complessa e stratificata esperienza artistica di questo originale e arguto pittore si schiera nel tentativo di introiettare la presenza dell’Infinito nel quotidiano, coniugandolo con la realtà umana; un tentativo sorretto – nell’esplorazione maturata – dalla pratica del silenzio, della riservatezza, della cura, della liricità e del piacere desunto dal rapporto fattivo con la materia, con il colore, giungendo, attraverso l’elaborazione e il raccordo armonioso di questi elementi, alla gestazione molteplice e sorprendente di combinazioni metafisiche.

L’arte di Archetti rappresenta tante cose, e non si avvale di circonlocuzioni o di trucchi, ma soltanto di qualche tropo: dice metaforicamente ciò di cui dispone poiché sa che al di là delle proprie abilità essa intende soprattutto ricordare che la poesia dell’Infinito è cosa umana, dimora qui, fra noi; è alla portata di tutti poiché giace nella finitudine della vita: è – semplicemente – la vita; basta saperla ravvisare; basta volgere gli occhi negli occhi della propria donna – stare in silenzio – o alzarli al cielo.

                Gabriele Gabbia