(settembre 1997)

Le opere di Enzo Archetti sono avvolte in un’atmosfera misteriosa, in un silenzio irreale. Non si tratta di taciturnità e neppure di quiete o di pace.

E’ l’inquietudine dell’”oltre”, dell’”al di là”, dello sguardo di traverso che cerca un orizzonte che nel quadro non c’è, e quindi si può solo intuire; un orizzonte che forse non c’è davvero, che diventa metafora del “silenzio” che incombe e ci aspetta. Ed è la mancanza della fisicità di questo orizzonte rapportato alla sguardo sghembo, che turba di lontananze struggenti, di emozioni fatte di fusi orari rimasti nel cuore.

 

Frammenti di interiorità

Gravitazioni dell’anima

E’ forse questo il mistero che si cela nelle donne di Enzo Archetti, così enigmatiche, così misteriose, così distanti, così irraggiungibili? Sono tante oppure una sola?

E’ difficile scoprirlo. Di certo parlano ad ognuno dischiudendo spiragli su diverse lunghezze d’onda; come una sorta di diapason segreto entrano in sintonia facendo vibrare pezzi di  interiorità. Può essere un leggero bradisismo in qualche zona remota dell’essere che prima non si sapeva neanche che  esistesse, ma che, d’improvviso, si sommuove: disgiunta periferia dimenticata dalla coscienza vigile, che ha l’istante opportuno per farsi sentire.

Può essere l’alta marea che avanza e che sommerge golosa di spazio ogni granello di sabbia, spinta inconscia di oscure gravitazioni dell’anima.

Può essere l’acqua che lentamente tracima  irrigando tra le avide zolle  di profonde radici assetate di futuro incerto.

 

Donne bellissime

senza sorriso

Sono donne bellissime, ma senza sorriso, forse dentro qualcosa le lacera. Il tempo le sovrasta, ma loro non hanno tempo. Forse rappresentano l’idea della donna o forse della fragile condizione dell’essere umano. Il loro sguardo obliquo probabilmente nasconde la consapevolezza pessimistica dell’assenza del futuro. Non c’è tempo. Non c’è più tempo. Il tempo è stato. L’emozione del vivere appartiene ormai solo al passato. Questo sembra dire il loro sguardo.

A volte palpitano come frammento del Rinascimento, nostalgia di epoca mitica che oggi ciascuno vede come vuole: rifugio policromo di sogni.

 

Il muro sofferente

Lo sguardo obliquo

Enzo Archetti confessa candido “queste donne mi vengono così abbastanza semplicemente. Devo sentire il colore, solo così posso percepire la forma della bellezza”. Le sue donne, infatti, acquistano forma a seconda del colore che l’artista sente.

“Più che la donna voglio rappresentare il colore che mi interessa: la figura entra in questo desiderio di colore come simbolo di bellezza per cercare “al di là””- prosegue Archetti. Le sue donne sono sempre un poco altere e mentre guardano “al di là” acquistano risonanze metafisiche rivelando le incertezze esistenziali del loro facitore: il difficile rapporto con la vita, con il “dopo”, con chi non si rivela.

“Sono un narcisista- prosegue Enzo Archetti- mi piace lo sguardo che sfugge. Tra chi ti prende di petto e che ti può scrutare o mettere a disagio preferisco lo sguardo di sbieco, è più sensuale, femminile”. E così lo sguardo cerca di trovare e di scoprire forse la libertà, forse il senso della vita. “Oppure un “niente”. Dici poco tu un “niente”- spiega Archetti. E un niente con della luce: si carica di significato”.

Una volta all’artista piaceva come riferimento la luna, ora invece c’è un “al di là” dove ognuno può vedere ciò che vuole, ma che per l’artista è un “niente” inquietante, carico di misteri, desolante magari, che si può solo intuire, ma nella sostanza difficilmente intelleggibile.

Le figure femminili diventano così mezzo espressivo dato che contengono l’idea della bellezza.

 

Sensualità fastosa

figure aeree

Lo sguardo carica queste creature di espressività. Danno il senso della leggiadria e della sensualità fastosa. Uno dei tocchi che caratterizzano la figura sta più nel cappello che nei capelli. Con il cappello, quasi sempre ampio, le figure femminili di Archetti si trasformano, diventando allo stesso tempo più aeree e più sicure. A volte è un mazzolino di fiori che le ingentilisce e sembra quasi profumarle.

 

Protagonista:

il senso del tempo

Anche se è immediatamente visibile nelle tele di Archetti il senso del tempo è un protagonista neppure tanto sotterraneo.

 

Esploratore di remoti

fusi orari

Esploratore di remoti fusi orari, l’artista è consapevole che, quando pittura, le sue donne sono già nel passato; non esistono nella realtà. Inoltre fare un quadro vuol dire terminarlo. Ed è proprio in quel momento finale che l’opera appartiene già al passato. Del resto la tecnica dell’affresco, che usa con maestria, dà il senso dello ieri, del passato, spesso atemporale.

“Forse noi apparteniamo già al passato”- dice Enzo Archetti, mentre sui tetti calano le prime ombre della sera.

Quale, allora, la speranza? Quella di lasciare qualcosa di sé, che ci ricordi. Per capirlo meglio partiamo dal “muro” che il pittore spesso usa come supporto per le sue figure. E’ un muro emblematico forse una sorta di sentimento. E’ sempre un muro vecchio, sofferente che si sgretola lentamente, pieno di acciacchi e di crepe. E’ uno di quei muri di campagna o di vicolo di antichi centri vissuti ogni ora del giorno e della notte, che si consuma, ma che resiste. E lo stesso vale per le figure femminili, che vi appaiono fissate in modo labile, un po’ come quando la pioggia rivela disegni e trame nascoste. “Così le mie figure femminili sopravvivono, così sopravvivo un po’ anch’io”- afferma l’artista che affida il “sé” alle sue donne.

 

La precarietà

e l’incertezza

C’è anche il senso della precarietà nelle opere di Archetti. Le sue figure, pur nitide, sono lì quasi per miracolo, troppo facilmente cancellabili, altere ma fragili, sicure ma troppo indifese: in una parola pronte a scomparire.

Diventano così metafora della condizione umana d’incerto passato e di più incerto futuro. Così Archetti, poeta del colore e narratore di emozioni, fa palpitare nelle sue opere la condizione dell’uomo di fronte ai grandi temi della vita e della morte.

“Al di là” dello sguardo obliquo c’è grande incertezza forse non c’è niente da vedere. La donna è lì presente, ma è già situata nel passato sopra un muro di calcina sbrecciato.

 

La ricerca è vita

Attorno a questi temi Enzo Archetti lavora da anni con le tecniche e i materiali più vari sempre alla ricerca di colori e di mezzi espressivi nuovi. La vita come la cultura non sono ripetizioni meccaniche, ma attimi unici: per non morire prima del tempo non bisogna ripeterli uguali giorno dopo giorno.

La ricerca è vita, così come vivono i colori nelle loro infinite combinazioni. Come del resto gli sguardi misteriosi da un passato conosciuto ed allo stesso tempo inesplorato.

 

Tegole umide di vita

su tetti abituati al cielo

Intanto calano le prime ombre della sera settembrina sui tetti intorno allo studio del pittore Enzo Archetti. Si tratta di un paio di stanze, in pratica una mansarda di via Francesco Lana. E’ il luogo ideale per Archetti. Vi può respirare l’atmosfera di muri antichi e tegole rosse umide di vita, su tetti abituati al cielo.

Lassù Enzo può quasi toccare la torre della Pallata dai merli ghibellini, il Castello che, con la luce elettrica, diventa metafisico e la torre campanaria della chiesa di S. Giovanni dai chiostri silenziosi. Anche alcune piccole finestre in qualche casa di fronte all’ultimo piano si illuminano.

La luce è un po’ rossa, tiepida, lontana, ma non carica di promesse come quella dell’infanzia, quando era più facile pacificare il se stesso bambino.

Anche le donne di Archetti, più emblema di inquietudine che di gioia di vivere, suscitatrici di emozioni, dove è più facile perdersi che ritrovarsi, sembrano dentro il crepuscolo. Irraggiungibili e forse custodi, attraverso il loro sguardo, di misteriosi segreti.
  Giovanni Quaresmini