(Bresciaoggi 13-12-2005)

E’ in bilico tra figurazione ed astrazione Enzo Archetti, così come, nella formazione, è rimasto a lungo in bilico tra letteratura e ricerca artistica. Attivo da oltre trent’anni, Archetti è venuto definendo il suo stile attuale attraverso una semplificazione delle forme, una pittura che sa di muri e di calce, una pittura che sul fondo di tracce, in una certa misura corrose e rese diverse dal tempo, si stagliano immagini, figure, icone di una memoria inquieta, alla ricerca del “varco” (direbbe Montale). Questo percorso che raggiunge attorno al giro di boa dei due secoli la sua sintesi migliore, lineare, libera, si è venuta addensando di simboli e tracce negli ultimi anni; rimangono ancora, leggibili, le memorie tra realtà e sogno, che di Archettti sono misura e carattere, rimangono i muri carichi di umori e di tracce a fare da sfondo; qualcosa è tuttavia mutato, il segno appare più insistito, le figure si propongono con una interiore inquietudine: l’oggetto che compare in Assolo, la sua ombra inquieta e allungata sulla parete, il filo esile che l’ombra allunga, tutto sembra definire una dimensione di instabilità cercata. Dalla serenità di La nota migliore, 2000, si trascorre alla nuova inquietudine.
Il gioco dei simboli rinvia alla memoria, alle figure che appaiono in un universo mentale, figure reali e ideali ad un tempo, figure che sembrano imporsi sulla fragilità dei grumi e delle tracce: la vita, di cui l’arte diviene metafora, è in questi contrasti, in queste contraddizioni.
Archetti ripercorre gli itinerari di una riflessione che ha radici antiche, per cui tutto appare come soffuso di nostalgia e di memoria, di simboli che aprono da un lato alla magia della pittura (grumi, striature, sovrapposizioni, ispessimenti) e dall’altro lato al mistero dell’esistere, richiamato per accenni, suggestioni. Come se Archetti volesse suggerire, senza soffermarsi più di tanto, sui simboli che costituiscono lo spazio vitale della nostra esistenza.

Mauro Corradini