ANTONIO FUSO “Il percorso tematico”

Chi oggi guardi un’opera tra le ultime di Enzo Archetti non può non restare sorpreso dalla semplicità compositiva e dalla facilità di lettura: un muro bianco, una figura femminile con copricapo coloratissimo, pagine di obliati diari immerse nella tela, rugginose foglie di acero a cavallo d’un filo d’oro, essenziali cenni di un paesaggio che si nasconde alla vista … tutto semplice, insomma. Però… semplice, propriamente vuol dire “piegato una volta soltanto”; però… se guardo la piega , vi scorgo una doppia direzione…

Perciò, chi oggi guardi un’opera tra le ultime di Enzo Archetti non può, superata la sorpresa, non avere il sospetto che quella semplicità in realtà si chiami complessità dissimulata e che, dunque, l’opera altro non sia se non il risultato di un rigoroso itinerario formativo, giunto alla piena maturità.

Vale la pena, allora, rivisitare qui, diacronicamente, le tappe-tematiche nelle quali ha indugiato Archetti prima di raggiungere questa semplice complessità.

All’inizio fu il paesaggio ad assorbire l’attenzione del giovane pittore. Mentre emozione con mano febbrile, schizzava scene e figure in viaggio nel nuovo Eden, colte nella fugacità della rotazione, sorprese nello slancio della traslazione o fissate nella consonanza della simmetria, ragione, in arte sorella minore, provvedeva ad una ricognizione meticolosa dello spazio, asciugandolo da elementi spuri o superfetazioni di incerta provenienza. Ripulito con cura lo spazio-idea, l’artista procedeva alla creazione di lucide radure in cui far sostare per un attimo i soggetti, o da cui far loro spiccare il volo che li porterà lontano…

(In tutta l’opera di Archetti vi è un alternarsi e un fondersi di informale e figurativo, di sentimento e di raziocinio, di emozione e di ragione. I quadri tendono a volte a completarsi in sequenze: è l’idea che si espande leggera come una nube e va ad adagiarsi su altre tele per cui ogni dipinto, oltre ad una propria vita autonoma, entra a far parte del racconto dell’opera nella sua frazionata interezza,accetta di essere parte, anche piccola, dell’insieme).

Poi, come in una favola fresca di bucato, nella radura appariva la donna con sul capo tutta la sua storia e negli occhi l’azzurro meridiano, striato dal blu cobalto della prima sera.

Con la donna, entra nella scena di Archetti la gioia di vivere, la poesia, la vertigine, un velo di malinconia e qualche graffio d’inquietudine. Irrompe la vita, fratelli, non in un posto qualsiasi della terra, non altrove, ma qui e adesso e ancora qui,( dove sennò?): “ che fare?/ se con tutta,/ se con tutta l’ampiezza del cuore,/ io ho creduto e credo in questa vita/ in questo mondo…”

E, tenendo d’occhio la lezione dei grandi del passato remoto (con Piero della Francesca esistono prove evidenti di uno scambio non solo epistolare) e del passato recente ( di Federico Fellini si direbbe patologico ammiratore), su quel corpo di donna Archetti tesse le trame della propria visione del mondo, dove la Regina di Saba dialoga regalmente con “la” Gradisca, la Madonna di Senigaglia sorride amabilmente a Gelsomina e Giulietta-Cabiria conversa con la Vergine nella pala di Brera… Donne di cui la tela a malapena riesce a contenere l’esuberanza del racconto che Archetti trascrive su pagine di stoffe sgargianti, ricamate con filo d’oro o su brani di stoffe preziose, su garze immacolate, su merletti, broccati e damaschi saccheggiati in botteghe pagane.

Cose non scritte, indurite a linguaggio, mettono a nudo un cielo grigio che si apre fino ad avvolgere il crepuscolo nel nero velluto del vuoto universale…donne.

Richiudi la porta della sera, madre; spalanca le porte del mattino, moglie,amica…

Verso la fine del millennio, del tutto naturalmente, Archetti comincia un’indagine sul gran tema del tempo . Egli sembra avvertire con David Finkelstein, con F. Capra e gli studiosi della fisica ultima, che a conti fatti, in campo resta una sola sostanza: il tempo. E’ un pensiero antico letto già nella dedica a Morgana nel Candelaio(1582) di Giordano Bruno : “ Il tempo tutto toglie e tutto dà… è un solo, è eterno e può perseverare eternamente uno simile e medesimo. Con questa filosofia l’animo mi s’aggrandisce e me se magnifica l’intelletto”. Così gioiva il Nolano.

Buon lettore di Agostino e assiduo frequentatore di esuli esistenzialisti, Archetti intuisce che il tempo altro non è se non successione di stati di coscienza, serie di sequenze, legate tra loro dalle facoltà della memoria e dell’immaginazione; e quest’ultima è un’anticipazione degli stati futuri. La tela diviene allora il campo in cui le forze alleate di necessità e realtà fronteggiano l’inesperta esigua armata della possibilità . Cioè: il passato che non può morire combatte contro il futuro che ha da vivere. Unico testimone di questo dramma l’artista, Archetti, il quale predispone il luogo della sfida tracciando un muro per impedire vie di fuga e detta la regola d’ingaggio: è esclusa ogni vigliaccheria: questa tela è culla e tomba.

Ciò premesso, comincia la sua gioiosa fatica. Con una ritualità codificata su quel muro costruisce immagini antiche che raccontano storie: di labirinti, di eucalipti ordinati, di vetusti padiglioni dell’estate e di specchi costretti a reiterare ogni fattezza di ogni volto, ogni umana fugacità. Ma, proprio quando l’opera si direbbe conclusa, l’occhio profondo dell’artista indugia sui particolari; la mano si muove sulle superfici di colore, alla ricerca di qualcosa di smarrito…Il movimento è attento e grave, poi diviene frenetico: strattona, occulta, cancella, isola, distrugge con precisione chirurgica. Con furia feudale, fa strame dei possedimenti del suo campo visivo Così, in un attimo:”si perse il labirinto, si persero/ tutti gli eucalipti ordinati,/ e la veglia dell’incessante specchio…”. Del resto, l’ammonimento del poeta era chiaro: l’orologio fermo, il caprifoglio intrecciato, le porte, i cortili, le chiavi.. le frivole statue, la pergola e il gorgheggio….sono cose del passato.

… Del passato?/ Se non ci fu principio, non ci sarà termine/ se ci aspetta un’infinita somma/ di bianchi giorni e nere notti,/ già siamo il passato che saremo/ siamo il tempo, il fiume indivisibile.”E, proprio perchél’artista è il tempo, egli ricomincia la gioiosa fatica riprogettando altri mondi possibili. Con ritualità codificata, su quel muro…ecc. Di questo metodo archettiano, che considera le sue opere, per lungo tempo (mesi, anni), incompiute, c’è un beffardo esempio alla pagina 27 dell’ultimo catalogo “Segni che raccontano sogni” dove il commento all’opera “imprevisti”, un cartone del 2006, recita: c’era un evviva (W) chiaro e limpido/ poi è stato cancellato/ e successivamente/ riportato in superficie”). Eh già, il tempo tutto toglie e tutto dà…

Scoprire il tempo nelle opere di Archetti, procura la stessa gioia che lambì la vecchiaia di Borges autore dei versi citati, tratti dalla lirica “ Elegia d’un parco”. Gioia che mette le ali allo stesso Archetti, il quale dopo il bagno nel fiume indivisibile, prontamente libera il paesaggio dal grigio nebbioso e, come un esperto agronomo, sparge sulla tela ricche e coloratissime manciate di vita materica. Generose quantità e varietà di frammenti granulari vanno a fare strato insieme ad argille azzurre, bianche, gialle, oro e a grumi di rauche ocre…

E’ l’esplosione del colore di “Verso l’età dell’oro”. Siamo nel 2000 e Archetti attraversa una fase di euforia cromatica. Un periodo cioè di estrema libertà nel tratto, nell’impasto del colore, negli spessori, nelle forme. Siamo oltre il reale; le figure non si confrontano più con il passato, ma liberamente raccontano se stesse e questo racconto comincia laddove l’immaginazione si arrende all’inimmaginabile e la concreta terrestrità cede il passo alla visionarietà paradisiaca.

Sull’abbrivio di questa felice libertà compositiva, nel 2002 Archetti, presenta il catalogo “Sinfonie” che, oltre alla bellezza delle opere, porta un’altra sorpresa: l’artista si presenta da sé. Scrive infatti, una didascalia introduttiva…. in versi, una poesia, che altro? “…ed era ancora là, quel filo/ sottile/ senza inizio e senza fine/ che ti faceva alzare gli occhi…”.Sinfonie sono colori che si rincorrono, che si accavallano/ sono nuvole bianche/ sono donne che si staccano dall’oro./ Sinfonie sono storie da raccontare/ sono foglie che cadono/ sono leggere sfere blu/ sono i colori del cielo/ ma anche della terra e del mare/ e del fondo del mare…”

L’uso, da parte dello stesso artista, del doppio codice nella comunicazione artistica( la scrittura che accompagna il dipinto e viceversa), è una pratica rischiosa. Chi ti vuol bene, rileverà che di una spiegazione c’era proprio bisogno; chi ti vuole “tanto” bene ti consiglierà di non perdere tempo in attività improprie, ma di continuare a dipingere e, avendo più tempo, volare più alti. Invece, nel caso di “Sinfonie”, l’esperimento ebbe successo. Sarà stato che il volume era bello da sfogliare, sarà stato apprezzato l’equilibrio tra parole (poche e ben scritte) e opere, sarà… insomma chi sfogliò quel catalogo del 2002, ne apprezzò la misura e la semplicità ( semplicità! ). Da allora quello che doveva essere solo un esperimento è diventata una felice consuetudine..

Così, con la stessa formula, sono nati nel 2007 “Frammenti d’infinito” e nel 2008 “Riflessi d’infinito”. Nel primo, le opere rincorrono spazi, luci, vuoti, silenzi; qualcosa che va oltre la percezione del reale e che vibra ben oltre il margine della tela e diffonde un’energia positiva che va incontro e avvolge altri soggetti, altre figure . Con tecnica sicura, Archetti crea atmosfere cariche di splendore e di luce i cui riflessi, rimbalzando ora nel rosso di cadmio, ora nel blu oltremare, inciampando nel bianco o inabissandosi nel nero, animano le tele, favorendo confidenze e stimolando dialoghi. Sembra proprio di assistere ad una “sacra-laica conversazione” nella quale gli elementi pacatamente raccontano e pazientemente ascoltano, prima che una larga e rapida pennellata d’oro interrompa un cromatismo troppo bello, troppo equilibrato.

Sono i riflessi che vivono fuori campo, nell’in-finito, nel lontano senza-confine, che s’irradiano nelle opere e investono con “Ventate d’oro” (2009) anche chi le osserva. Stiamo parlando di opere composte da autentiche colate materiche d’oro fuso, provenienti dall’alto, da antichi forni perduti nel cielo, che mediante la loro forte carica di luminosità comunicano ottimismo e sazietà, scacciando dallo spazio le energie negative, che s’incarnano nei contrasti gratuiti, nelle assurdità. La squillante presenza dell’oro relega nel retropalco i toni amari, spenti, vuoti…

E qui, il gesto estetico è anche suggerimento etico: Archetti, rispondendo a Wittgenstein (Osservazioni sui colori) dice che il bianco, per togliere via l’oscurità,deve perdersi nell’oro.

Nel 2010 affronta il tema del viaggio raccontato poi nel volume “…e la gente va”. A tutt’oggi l’esito più riuscito di quel connubio scrittura- pittura, di cui sopra abbiamo ricordato i primi vagiti. Il volume è assai elegante. Delle 112 pagine di cui è composto, soltanto 10 sono riservate alla scrittura. In quelle pagine trovano spazio due apologhetti (Trionfo del bianco e Il volo), un’introduzione-locandina (Alba tramonto e poi ancora alba), un aforisma, una lettera del sottoscritto in appendice e la consueta biografia con il catalogo delle mostre. Archetti scrittore ha il dono della brevità e della precisione. La lingua ha il ritmo di uno scarno recitativo con qualche sottile venatura surreale: semplicemente racconta o semplicemente informa. (oh, la semplicità!). Quando racconta “…il Bianco si ritrovò carico della sua energia primordiale che era rimasta assopita per parecchio tempo…Si sentiva orgoglioso: in fin dei conti era pur sempre la somma di tutti i colori, rossi compresi, e non aveva alcuna difficoltà a sostenere i muri scalcinati, il silenzio, il vuoto, l’infinito, l’ordine”(… )“… poteva candidamente diventare Bianco calce, Bianco di titanio, di piombo, di platino, lucido-opaco-satinato, addirittura Bianco su Bianco…”

Quando informa: “ Sono visioni in campo lungo, volti, sguardi proiettati su percorsi. Sono grandi occhi che riflettono gli azzurri del cielo, sono passaggi, racconti, trasparenze, mete lontane e tanti sogni. Sogni che srotolano i loro fili in grado di ricucire anche l’imprevisto, appunti di viaggio lasciati incompiuti, valigie che non servono più, muri che limitano l’infinito che è sempre più in là…”(….) “… continua il viaggio dall’alba al tramonto, su strade, sentieri, nelle case, in riva al mare,nello spazio, in collina, nei pensieri e incontra pagine bianche..”.

Qualche mese fa, sul catalogo con dedica che Enzo Archetti mi ha regalato, una mano anonima accanto al titolo “e la gente va” ha aggiunto un irrispettoso quanto legittimo: “dove?” . La tentazione di dare una lezione di stile all’anonimo e spiritoso interrogante era forte e, comunque, una risposta andava data. Con affanno mi sono lanciato alla ricerca di robuste citazioni o, in alternativa, di modelli a cui conformarmi. Ho cominciato sfogliando Celan: dove?” Beh, – cioè/ alla casa dove è la tavola con/ la luce e la luce.”

Sono passato al più tenero Mandel’stam: dove? “ Dove, scoppiati in spruzzi e gracidii,/ più non dormono i ranocchi delle fontane…// e desti,/ aspergono di acque anfibie la città.” Ho provato la maniera di Borges: dove? “..verso altri crepuscoli, altra gloria;/ io provo il logorarsi dello specchio/ che non si placa in una sola immagine:” Alla Beckett: dove?”…via ad Ancona sul brillante Adriatico/ e addio per un po’ alla chiave gialla dei Rosacrociani…” Lo sbrigativo Majakovskij: dove? “ Non c’è posto per cavilli di parole:- A sinistra! A sinistra! A sinistra! “ Tutte risposte molto belle, non è vero? Ma quando aprendo a caso il volume ho visto “ ventata di luce” di Enzo Archetti ho interrotto la ricerca di qualcosa di memorabile da imitare, accettando di essere io stesso in ogni senso responsabile. E dopo qualche incertezza, con semplicità ho risposto così:”Si va verso il luogo dove l’eco non è spenta.”

ANTONIO FUSO

Lunedì 9,09,2013 ore 9,16

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