Category : Gli scritti di Enzo Archetti

PIOGGIA D’INFINITO – gennaio 2015

Dovendo raccontare delle sensazioni, ho fissato un appuntamento
con pochi colori: mi serviva il giallo, l’arancio, il bianco, il blu.
Forse l’infinito non esige molti colori: sembra puro limpido semplice grande
immenso silenzioso misterioso, sempre comunque enigmatico.
Invece dei quattro colori con cui volevo stabilire un dialogo, eccoti subito
dopo attorniato da centomila altri colori, lì fermi immobili che ti guardano,
quasi a supplicarti di intingere il pennello anche su di loro.
E dire che avevo iniziato questo viaggio volendo raccontare il tutto
con pochi colori.
E’ comunque difficile non dar ragione ai mezzi toni, alle ombre, ai
rossi che si insinuano sotto strati di colore. E così lo spazio si dilata,
l’infinito prende forma, scendono delle gocce: blu, devono essere senz’altro
blu, non c’è un altro colore vincente, non ci si può sbagliare.
Subito dopo senti: – “Ed io chi sono?” – E’ il solito arancio che spruzza
luminosità e salute da ogni parte e sostiene di avere tante belle caratteristiche
per trasformarsi in pioggia d’infinito. Non meno impertinente il giallo ed
anche il bianco con voce morbida ma accattivante sostiene che potrebbe
rendere l’infinito meglio del blu. Non parliamo poi del viola che sembrava
accantonato, e invece, in questa situazione, si fa sentire con un’energia che
teneva nascosta non so dove.
Pazienza! Sono esigenze da tener presente, ascolteremo meglio le motivazioni
di tutti i colori, perché ciò che all’inizio sembrava naturale ora non lo è
più: son cambiati gli attori entrati in scena a gamba tesa come il nero che
pretenderebbe con forza di voler diventare la prima donna e di sapersi
trasformare in cascata d’infinito.
– Per adesso tu stai zitto, non so se arriverà anche il tuo momento!
Comunque l’infinito permette alla mente di riposare, di perdersi, di
sollevarsi.

Enzo Archetti (da “Appunti di viaggio” gennaio 2015)

IL VOLO – gennaio 2012

Questo racconto forse non avrebbe mai voluto essere scritto (se ne stava così bene là dov’era!) se la gente, passeggiando in quel primo mattino sul lungolago, non si fosse fermata ad ammirare un cigno bellissimo sull’acqua azzurra suggerendo al tempo stesso lo spunto per questa trama.

Quel cigno era Candido. Il nome gli era stato dato all’unanimità dal clan dei cigni perché era bianchissimo. Corteggiato, vivace, intraprendente, furbo, intelligente. Tutti i cigni avevano le ali grandi, molto grandi ma non le utilizzavano. Le ali erano state inventate per volare non per fare altro, ma, di questo, i cigni se ne erano ormai dimenticati.

Candido invece era l’unico che riusciva ad alzarsi in volo senza difficoltà perché sfruttava le palme dei piedi aperte e il primo colpo d’ala a filo d’acqua per poi dirigere il becco arancio con tutto quel collo a 45 gradi in direzione del sole di giorno e della luna di notte. Una forma essenziale e perfetta disegnata in cielo da un grande maestro. Sul lago roteava, si permetteva acrobazie, curvava in paraboliche, planava come i gabbiani, faticava un po’ ma riusciva a risalire in verticale e, vanitoso com’era, sbirciava sul lungolago per osservare le persone che lo guardavano e sognavano. Il re del cielo, il più solenne.

Tutti i cigni galleggiavano assenti, soltanto lui guardava in alto, volava e l’universo lo seguiva. Un vero spettacolo. Gli succedeva a volte di incontrare Jonatan il gabbiano, ma quello non gli rivolgeva mai una parola, mai un complimento, come se non fosse stato visto. La realtà di Jonatan era ben oltre lo specchio di lago riflesso in cielo! Ben oltre le nuvole e l’azzurro! Candido concludeva: -”Tante teste, tante zucche!”. A Jonatan non importava essere visto, si divertiva, volava volava volava . Al cigno invece non era proprio mai scattata l’idea di volare oltre, si accontentava di stare lì e lì si pavoneggiava. Sembrava che questo equilibrio non potesse essere alterato. Anche nel cielo d’inverno Candido riusciva a volare, gli lacrimavano gli occhi per il freddo, si dava una bella scrollata di testa e tutto ritornava come prima.

All’inizio della primavera però Candido cominciò a cambiare. Tuffava il suo lungo collo sott’acqua, pescava e mangiava, godeva nel mangiare di tutto: pesci alghe rifiuti biscotti, non guardava più in alto, non ne aveva il tempo, pensava soltanto a procurarsi il cibo e così ingrassava. Qualche volo basso, poco entusiasmo, posizionarsi a 45 gradi era una gran fatica. Là in alto, molto in alto, Jonatan leggerissimo giocava con l’infinito. Lo sguardo sempre oltre. Acrobazie in cielo non viste da terra. Candido tentò di rifare il volo secondo lo schema migliore delle palme dei piedi aperte e del primo colpo d’ala a filo d’acqua, si concentrò socchiudendo gli occhi ma si ritrovò subito in acqua accompagnato da solenni risate da parte di tutti i cigni, specie dei più anziani, che lo fecero sprofondare nel rosso della vergogna.

La derisione fu tale che non volle mai più tentare il volo, preferiva esercitarsi in acrobazie di pulizia e igiene personale, starsene lì immobile, bighellonare e farsi ammirare, farsi continuamente ammirare. Ormai le grandi ali non servivano più, il rapporto peso-apertura alare si era rotto. Si sentiva bello nel turchese dell’acqua. Le acrobazie in volo un ricordo, non erano servite proprio a niente, incapace anche di decifrare perché le cose fossero andate proprio in quel modo. Era ritornato un cigno normale. Lassù, in alto, Jonatan continua la sua avventura e scrive in cielo messaggi che l’arte può decifrare.

(da “Appunti di viaggio” – gennaio 2012)

ALBA TRAMONTO e poi ancora ALBA – dicembre 2011

Il vento continuava a portare con sé le foglie, i fiori e con i fiori le sterpaglie, i suoni, i ricordi, i colori, le ombre, gli umori della gente. Tutto era in movimento, vibrava, ogni cosa sembrava volesse entrare in scena per essere dipinta attorno alla gente.

E’ la grande scenografia del mondo. Tutti poi sostenevano di avere una parte importante, molto importante da interpretare: c’erano gli alberi che volevano arricchire i percorsi, il mare che avanzava sempre più azzurro, la collina che si stendeva come un limite, il cielo che ripeteva di dover essere sempre presente ed ovunque, le stesse foglie spinte dal vento si sentivano indispettite perché non riuscivano ad essere protagoniste… e poi intravedevi laggiù ventate di colore, d’oro, di luce che nell’avvicinarsi assumevano forme indistinte ma cariche di sentimenti.

La ruggine, addirittura, si gongolava di gioia perché, non solo poteva fare da sfondo ad una figura leggera vestita di rosa, ma poteva diventare una barriera in primo piano per dare risalto all’oro e al verde che erano dietro di lei. I più soddisfatti erano senz’altro i brillantini, gli specchi, l’oro zecchino, l’argento fino perché avevano il potere di trasformare il reale in surreale, il grigio in luce. C’era chi spingeva e chi pretendeva di avere la precedenza come gli aquiloni, le gocce d’acqua, la notte, il flauto di Pan, l’aria, la polvere, le ragnatele e c’era anche chi sostava ormai da molto tempo e non riusciva assolutamente ad emergere, a farsi sentire e rispettare: veniva così allontanato nel silenzio e nell’abbandono dai colori decisi e dalle forme più libere. Ma sicuramente tutti gli esclusi, prima o poi, si faranno risentire, ribusseranno e dovranno essere accolti e accontentati. Sono visioni in campo lungo, ma anche volti, sguardi proiettati su percorsi. Sono grandi occhi che riflettono gli azzurri del cielo, sono passaggi, racconti, trasparenze, mete lontane e tanti sogni. Sogni che srotolano i loro fili in grado di ricucire anche gli imprevisti, appunti di viaggio lasciati incompiuti, valigie che non servono più, muri che limitano l’infinito che è sempre più in là.

E così la gente continua il proprio viaggio, dall’alba al tramonto, su strade, sentieri, nelle case, in riva al mare, nello spazio, in collina, nei pensieri e incontra pagine bianche che pretendono di essere descritte con segni e strati di colore.

Enzo Archetti (da “Appunti di viaggio” – dicembre 2011)

A SPASSO CON LA RUGGINE – marzo 2009

Anche la Ruggine non era ben voluta. Tutti volevano nasconderla, coprirla, mimetizzarla, ripitturarla. Era una vera emarginata nel mondo amante di cose nuove, luccicanti, colorate;mentre Lei, la Ruggine, se ne stava sempre con il suo solito colore marrone-ruggine negli angoli di un cancello, sopra le punte di un’inferiata, nei paraurti dell’automobile, in una sedia da giardino… Lei lavorava sempre. Si intrufolava in ogni angolo dove intravedeva qualcosa che sapeva di ferro e lì iniziava la sua azione corrosiva. Non ha mai dato segni di stanchezza, ha sempre proceduto con metodo, logica ferrea e un pizzico di umorismo perché ha saputo ricreare , nella sua corrosione (sempre metodica) delle forme che richiamano i merli dei castelli, le spugne marine, addirittura si sbizzarrisce ad imitare le bucce d’arancia.
L’elenco del suo lento lavorio sarebbbe lungo, ma possiamo tranquillamente concludere che tra la Ruggine che lavora su un comignolo di un palazzo e il rastrello da giardino c’è un’intesa, una capacità di comunicazione, un procedere con gli stessi schemi che stupisce.
E l’uomo è attorniato nel suo vivere dal virus della ruggine. Ha così inventato l’antidoto della ruggine:l’antiruggine che ha una garanzia di qualche anno e poi bisognerà tinteggiare con altra antiruggine e poi ancora quando sarà ricoperta ….
Ma il vero nemico della Ruggine è l’acciaio: lui se ne sta sempre lì luminoso e lucido proprio come l’acciaio.
Lentamente, non si sa come, sul pianeta si formò un piccolo gruppo di persone (” i sensibili” costituito da artisti, riflessologi, scenografi ecc) che vedevano la Ruggine come un’amica, l’ammiravano per la grande forza di contrasto, ne esaltavano il colore , le forme… Uno di questi, non il capostipite, ma un seguace fedele, nelle sue passeggiate iniziò ad osservare prima, ad emozionarsi poi di certe lastre arrugginite con sprazzi di verderame sui bordi che se le portò in studio e lì rimasero per alcuni mesi, finché una parte finì su un quadro-parete di 7 metri per 5 e le altre in quadri di piccole dimensione. L’apoteosi della Ruggine avvenne un mattino alle prime luci dell’alba sul monte della Madonna. Si verificò la sublime intesa tra uomo e natura: apparve nel verde della boscaglia un capanno in ferro arrugginito che ti guardava con le sue finestrine nere e vuote.
Un amore a prima vista.
Il capanno di Renato finì tutto nel mio studio, e lì fu guardato, ammirato, sezionato. Se collocato nella parte bassa di un quadro, poteva diventare un muro, una barriera, una collina, il parapetto di un balcone..
Diventava, il capanno di Renato con tutto il suo vestito di ruggine, una vera forza di contrasto quasi impareggiabile. E ci si accorgeva anche che la signora Ruggine assumeva una personalità spiccata, a volte persino superba, ma mai arrogante.
Ho visto le lastre arrugginite del capanno di Renato veramente soddisfatte, oserei dire gioiose, quel mattino del 18 marzo 2009 quando le sezionai con un flessibile nuovo che toglieva ogni indecisione perché loro, le lastre arrugginite, sapevano che sarebbero diventate le gambe di un tavolo in uno studio importante, il mio.

Enzo Archetti

TRIONFO DEL BIANCO – maggio 2008

Quella sera un bel gruppo di colori si radunò: erano troppe le cose da discutere. Non c’era la maggioranza legale, perché si sa i colori si moltiplicano all’infinito, però erano presenti i colori più tenaci, i più decisi, quelli di maggior personalità, e c’erano tutti anche i più furbi.
Il Rosso di cadmio si è dimostrato subito il più irrequieto, il Giallo il più impulsivo, il Blu oltremare il più pacato e solenne, il Turchese spiava, l’Ocra balbettava, il Verde non trovava mai il coraggio di intervenire con adeguata energia; in mezzo a tutti si infiltrava la terra di Siena bruciata e naturale, il Grigio, molto grigio e il Rosa continuava a saltare. Il Bianco non parlava, zitto e silenzioso ascoltava.

Le personalità più spiccate volevano ad ogni idea avere il sopravvento. Il Rosso di cadmio chiaro si alleò subito con lo scuro, col medio, col Carminio e addirittura con l’Arancio per dettare legge ed essere sempre e dovunque il protagonista.
– “Non puoi, testone, entrare nel quadro dell’infinito, non fa per te, lascia perdere”.
– “E’ impossibile -ribattevano in coro tutti i rossi- ogni idea deve essere sostenuta dalla nostra forte personalità”.
Il Bianco non si muoveva, rimaneva silenzioso e altéro, se tentava di parlare non gli lasciavano terminare la frase, riusciva a volte a intrufolarsi nei discorsi ma gli altri colori avevano il timbro di voce molto, ma molto più acuto e perentorio del suo.

Il Blu decise di unirsi al Verde e vinse decisamene sul tema della collina. Si stabilì anche che il Giallo non sarebbe mai riuscito a stare nel dipinto da solo, è per sua natura troppo luminoso. Al Viola fu addirittura vietato, democraticamente, di intervenire e gli si concesse una sola pennellata per quadro e col pennellino n.2.

L’ Oro e l’Argento si imposero bene: controllavano i rossi, spegnevano i gialli e mandavano i riflessi senza alcun ritegno come uno specchio al sole.
Un po’ di confusione c’era, eh sì che c’era e tanta!

In questa assenza di una linea guida, di un tracciato, di una meta precisa il Bianco si ritrovò carico della sua energia primordiale che era stata assopita per parecchio tempo e divenne il padrone della situazione. Si sentiva orgoglioso, era la somma di tutti i colori, non aveva difficoltà a sostenere i muri scalcinati, il silenzio, il vuoto, l’infinito, l’ordine.
Guardò il Nero con aria benevola: -“Se vuoi –disse- puoi anche scrivermi sopra”.
Il Nero a modo suo rise, dentro comunque era molto compiaciuto.
Si ritrovarono nuovamente complici il Bianco e il Nero, ritornarono come ai vecchi tempi, ritornarono all’essenza, alla pulizia, ad interpretare il mondo soltanto in due.

E così il Bianco si sentì veramente con la B maiuscola, anche perché poteva candidamente diventare Bianco calce, Bianco di titanio, di piombo, di platino, lucido-opaco-satinato, addirittura Bianco su Bianco. Si era trovato, senza quasi accorgersene, ad essere il vero leader di tutti i colori compresi gli assenti.
Almeno per ora
E in questo periodo.

Enzo Archetti

Ho scritto questo racconto surreale in un periodo in cui i quadri erano dominati dal bianco.

FRAMMENTI D’INFINITO – Settembre 2006

“Erano anni che quel vecchio carillon era stato confinato nell’angolo destro del cassetto. Un giorno, e sembrava proprio un giorno qualunque, ritornò sul suo cassettone come su un trono e Lei gli fece scandire le sue uniche 5 note, che subito fecero spalancare la finestra, sfondare le pareti e si tuffarono là sulla cresta della collina in bilico tra il giorno e la notte, tra il giorno luminoso e la notte nera attorniata dai colori dell’amore.
Tutto era sospeso, la sua ombra era sparita, le foglie erano vele al vento e per la prima volta intuì il battito cardiaco del pianeta e tutto l ‘ I N F I N I T O che aveva dentro. Schierò lì tutta la sua vita: poteva così percorrere velocemente
in avanti e indietro ogni istante del suo passato e tratteggiare su uno schema ripetitivo qualcosa del suo futuro, giocava con le pieghe del tempo
per poi trovarsi nelle vetrine dell’infinito.

No, non era un’idea madreperlacea, non un gomitolo di pensieri, non era la nebbia che ti appanna la vista: era un colore immenso, erano particelle libere e pure che Lei inspirava, era una finestra nel cielo, era uno spiare l’infinito, era sentirsi un FRAMMENTO del tutto.

Ed è proprio lì che si fermò, si sedette sulla grande pietra grigia importante che esigeva rispetto, una vera star della collina. Con voce grave, e forse con un po’ di raucedine, parlò chiaro la pietra: quel mattino non voleva essere un semplice oggetto, una sosta, un parcheggio, voleva dare anch’essa un’angolatura diversa sulla tela del mondo e così, mentreLei stringeva tra le mani il suo cristallo di rocca, vide trasformarsi le figure, le forme, gli oggetti, da soli e senza sforzo proprio come se dovesse avvenire, in qualcosa che non aveva forma, che andava oltre. Ed era un bel ripartire dall’inizio: solo essenza, niente accessori. Prese tutti i suoi ricordi e li chiuse in cassaforte.

L’ultima nota del carillon si era intrecciata con una larga pennellata d’argento libera e sola, là nel cielo.
Sulla musica del mondo non c’erano elementi che bloccavano lo sguardo in quella strana luce accartocciata, filtravano
solo vibrazioni d’infinito.
Lei si lasciava trasportare.
Un gabbiano planava.
In alto c’era sempre quel filo che era stato bianco, grigio, poi ruggine, ed ora si trasformava in oro.
Il cristallo di rocca continuava a brillare.
– Ma i sogni sono ancora sacri? – Sono colori primari e puri e come le intuizioni è meglio tenerseli, non bisogna buttar via proprio niente.
… chissà se poi è iniziato
tutto dalle 5 note del
vecchio carillon…”

Enzo Archetti

Questo racconto è pubblicato sul volume “frammenti d’infinito” Edito da Marco Serra Tarantola Brescia dicembre 2006

SINFONIE – maggio 2002

…ed era ancora là quel filo sottile, esile,
senza inizio e senza fine
che ti faceva alzare gli occhi.
Quel filo era una nota, era la nota musicale,
la migliore, la più silenziosa,
la regina incontrastata che non accettava compromessi:
emanava emozioni limpide che ti accarezzavano l’anima.

Così nota dopo nota, si formava la SINFONIA.
Sinfonia è un salto nel rosso di cadmio,
nel blu oltremare,
nel bianco
e nel nero.
Sinfonie sono colori che si rincorrono, che si accavallano,
sono nuvole bianche,

sono donne che si staccano dall’oro.
Sinfonie sono storie da raccontare.
Sono foglie che cadono, sono leggere sfere blu,
sono i colori del cielo,
ma anche della terra e del mare e del fondo del mare.

Sinfonie sono anche i toni grigi, spenti, pacati,

i silenzi amari, i vuoti, il niente e il tutto.

Sinfonie sono i contrasti e le assurdtà,
sono grandi occhi azzurri che cercano le tante cose perdute.
Sinfonie sono tracciati di sabbia simmetrici
che il vento ha distrutto,
ma sono anche tracciati a spirale
che il vento non ha saputo distruggere.

Sinfonia è una grande pennellata che interrompe un cromatismo
troppo bello,
troppo equilibrato.
Sinfonia è una Donna. E’ il suo sguardo obliquo
che si fa spazio tra ampi cappelli
e va oltre il limite del quadro.

E così quel filo sottile, esile, senza inizio e senza fine
che ti fa alzare gli occhi,
continuerà ad interpretare la sua parte
intreciandosi con i nostri sentimenti.

Enzo Archetti

Questo scritto è l’introduzione del catalogo “Sinfonie”, sett.2002.