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LUCA QUARESMINI “Equilibrio luminoso: l’arte di Enzo Archetti al tempo del covid19”

Equilibrio: la più recente ricerca artistica del valente pittore bresciano Enzo Archetti, con studio a in città, al civico 53 di Via Vittorio Veneto, gravita intorno a questa parola, densa di significati.

In tempi precari, anche a motivo dell’ancora aleggiante crisi sanitaria emergenziale, dovuta all’espandersi della nota pandemia da Covid 19, il concetto di una armoniosa stabilizzazione pacificatrice tra scatenati elementi frapposti e contrapposti, è l’indovinata sintesi di una possibile appropriatezza, legata alla contemporaneità, nel modo, cioè, dove la stessa risulta vissuta effettivamente, nelle medesime problematiche che ingiungono alle necessità incombenti di farvi fronte, cercando soluzioni pertinenti.

Enzo Archetti, artista bresciano di lungo corso, nel senso che da vari decenni, nel mettere a frutto una vocazione giovanile, si destreggia proficuamente in una sua apprezzata produzione artistica, offre il proprio contributo concettuale alle peculiari riflessioni ispirate al momento, proponendo una utile traccia d’analisi, rispetto a quanto l’arte possa interagire con gli odierni scenari che fanno i conti anche con gli indizi di un certo comprensibile smarrimento.

Sfida iconica alla rappresentazione di un essenziale ed incoraggiante pronunciamento che si impone nella versatilità compositiva pittorica per delineare un proprio punto fermo di apprezzabile riferimento.

Come commenta lo stesso Enzo Archetti, nell’illustrare, sulla sua innovativa vetrina on line, le rispettive tele concernenti questo recente itinerario espressivo, “L’equilibrio è uno stato in cui ci troviamo quando godiamo appieno dei benefici naturali perché siamo in armonia con le forze che ci circondano e del cosmo…e l’Armonia dirigerà”.

In questa considerazione, manifestata nel riverbero complessivo dei vari manufatti che sono fedeli alla tradizione del pittore, secondo ormai acquisiti e sempre significativi effetti, si dettagliano le opere “Equilibrio percepito”, “Equilibrio conquistato”, “Equilibrio raggiunto”, “Equilibrio vissuto”, “Equilibrio vincente”, “Equilibrio sospeso”, “Equilibrio prorompente”, “Equilibrio interiore”, “Equilibrio descritto”, “Equilibrio sognato”, “Equilibrio spaziale”, “Equilibrio spirituale”, “Equilibrio in esposizione”, “Equilibrio nel tutto”, “Equilibrio d’amore”, prodigandosi, tale fertile intuizione, nella ulteriore coniugazione qualificativa di “Equilibrio d’amore assoluto” e di “Equilibrio d’amore perduto”, mentre, quasi assolvendo ad un bilanciamento invocato da una parte opposta, il dipinto “Assenza di Equilibro” si differenzia molto da tutti gli altri, per il diretto esplicarsi di un diverso messaggio di accostamento.

Alcuni di questi lavori condividono uno stesso titolo, ovvero, con una intrigante variazione sul tema, si circostanziano in una ripartizione di condivisione argomentativa, rispetto alla loro evocativa intitolazione che vi è rappresentativa, per esplorarne ulteriormente la portata, in una efficace e generosa analisi aggiuntiva.

Su progetto di Mariarosa Bergamini, l’intero insieme di queste opere appare incluso in una accuratezza espositiva che, attraverso la rete, ancor più in tempi di restrizioni, si ingenera in una fattibile estrinsecazione asservita ad una interessante funzionalità esemplificativa.

Signore dei colori, Enzo Archetti, fa leva su un sapiente e particolare utilizzo di quelle raffinate esternazioni cromatiche che, per questo pittore, emergono tradizionalmente nello stile presente in una serie di tipiche peculiarità vibrazionali, usuali in campiture a somma pigmenti prorompenti, tradotte, con tecniche e modalità differenti, in sinergie espressive, spesso aleggianti, secondo una delicata combinazione coloristica, in atmosfere fascinosamente sospese.

In questo caso, è il tratto giallo che esercita un metaforico stigma di definizione, in ordine all’approccio pittorico, qui utilizzato in un derivato significato allegorico, rispetto alla volontà dell’autore di accompagnarne gli effetti in un riconoscibile e ricorrente elemento di unione, fra opere distinte, ma associate al ciclo vocato al concetto di equilibro, quale motivo ispiratore.

Resta, ovviamente, al fruitore dell’opera assimilarne l’intimo ed in rispettivo tenore, anche, forse, ridefinendone l’intitolazione, entro un differente ambito d’emozione personale che ne origina nuovamente l’identità contenutistica, nel legittimo slancio di una spontanea appropriazione.

Inseguendone i vari particolari, queste tele paiono assecondare un viaggio prossimo tra l’astratto e l’informale, dove, ai colori ed al vigore dell’incedere compositivo, è affidata la mappatura di un affascinante mondo ermetico ed intuitivo che pare, fra altri aspetti, volgersi con fiducia alla possibile ricognizione di quell’equilibrio a cui pare che si sia ricondotto anche il noto cantautore Battiato nella altrettanto famosa sua “Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente”.

 

AGOSTINO GARDA ………… c o m e l ‘ a r i a

Già la filosofia presocratica, interrogandosi sugli elementi costitutivi dell’essere e del mondo, quindi della vita, con acqua, terra e fuoco aveva collocato l’aria tra i quid essenziali.

Noi, dopo secoli e secoli, ne siamo fruitori, talvolta dissipatori e raramente, se non in occasione di eventi calamitosi, prendiamo coscienza del loro giusto valore.

Quando dobbiamo parlarne ricorriamo a formule chimiche e, sempre più concentrati nello sforzo di definire, contenere e misurare, citiamo numeri e dimensioni.

Rappresentarli è altro.

Soprattutto per l’aria è impresa ardua. Enzo Archetti trova soluzione al problema con quel “COME” che non è introduzione di similitudini, ma rappresentazione di figure vive che si muovono o stanno immobili, persone animali e cose, ma anche colori soli che nell’aria vivono. Colori che sono colori d’aria regolati con rara sapienza tecnica per non appesantire mai, per avvolgere senza soffocare. Tutto vive nell’aria ed i protagonisti vivono perché c’è l’aria che li fa respirare e li respira, li alimenta, li sostiene, li definisce ed al contempo li assorbe, quasi delineandoli entro il suo essere infinito: presente ed impalpabile.

Allora l’aria è protagonista nel suo esistere e sfondo ad altre esistenze, tanto che donne e uomini, in queste opere sempre soli per non rubare spazio all’aria, o per esprimere la condizione dell’umano moderno, vanno verso una meta non precisata…procedono nell’aria. Ora muovendo da una terra infuocata, ora equilibristi mentre uno squarcio di blu ospita la luna muta e perlacea.

Due colombi stanno sul filo: più che tubare fra loro guardano chi si porrà davanti al quadro, lo interrogano, testimone un muro reso con potenza materica e lavato da colature biancastre. Non può mancare il grande albero. Non conosce i verdi delle foglie perché si è vestito d’aria mentre una donna, piccola per la lontananza, va incontro all’oltre.

Aria potente quando fa barriera così che la donna incede tesa in avanti e l’abito è spinto all’indietro. Ma lei continua il suo cammino, capelli mossi, con tenacia verso l’infinito.

Accenni di aquiloni, un foglio di carta che vola, spatolate di colori, vortici, un gabbiano nel cielo. Non possono mancare i volti femminili, costanti presenze nel mondo pittorico archettiano. Belle nella loro fissità, indagatrici nello sguardo, oltre il tempo nella classicità del volto. Preziose nella ricchezza delle chiome o dei cappelli che accolgono nelle loro tese le fantasie dei colori.

Vi è una sola figura maschile. Siamo tutti convinti che sia la donna il centro della storia. Ebbene, quest’uomo va e camminando si inoltra verso un “misterioso” in cui poche sinuose volute grafiche tratteggiano volo di farfalla e di libellula, senza intendimento descrittivo. Danza. Vi è solo potenza dello stimolo: per intuire. Leggerezza, come leggere sono le farfalle e le libellule, creature dell’aria.

Leggere “come l’aria” di Enzo Archetti.

(Agostino Garda)

MATTEO MANCABELLI “Alla corte dell’ultima regina”

(febbraio 2019)

E’ una luna alta nel cielo quella che stanotte illumina la terra e tutta la bellezza in essa custodita. Così è il volto di quella donna che, ammaliata da tanto splendore, ci si specchia e riluce di nuova giovinezza. Sono questi i primi pensieri che sgorgano dalla mia mente quando osservo le opere di Enzo Archetti, una sorta di favola meravigliosa che si sprigiona dalle sue tele e dai suoi colori sapientemente orchestrati. Dunque perché non farsi catturare da questa seduzione e arrendevolmente lasciarsi guidare in questo mondo fantastico. Un gabbiano ad ali spiegate è l’araldo del nuovo giorno. Vola alto in un cielo di tenebra ed al suo passaggio ecco rifulgere un mattino pieno d’oro. Sembra quasi portare sulla sua scia un pesante sipario e chiudere, solo temporaneamente, questa notte infinita. L’ultima regina è la prima a svegliarsi su questo pianeta di stelle e ci accoglie alla sua corte. Il suo viso è luminoso e sereno, sembra quasi che ci stesse aspettando. Non conosce la missione che ci guida eppure non teme il nostro sguardo. Il tratto che la dipinge è sicuro e deciso, ma anche morbido e affettuoso. Una pennellata che è quasi una carezza. Un soffio di vita ne delimita i margini e il decolté lievemente accennato. Lo sguardo è severo e riflette di blu cobalto quel cielo che sovrasta le nostre teste. E’ una regina insolita quella di Enzo Archetti: una sovrana di un regno perduto che non porta sul capo una corona, segno della sua maestà, al suo posto vi è un copricapo ricchissimo e forse ancor più prezioso. Uno sfarzo capriccioso si intreccia sopra al suo viso per mezzo di un caleidoscopico e magistrale uso del colore. Materico ed astratto, non rinuncia all’inserimento dell’oro in foglia, diventando ardito nell’uso moderato e sapientemente dosato di piccole “paillettes” come gemme luminose. Campiture larghe e raffinate si mescolano tra loro arricchendosi di una fantasiosa e multiforme ricerca stilistica. Sembra quasi che la pittura si trasformi, diventando tessuto e leggerissime trine nelle mani di uno stilista capace di creazioni sofisticate. L’ultima regina ci accoglie nelle sue stanze più recondite e ci presenta una ad una le sue dame di corte. Donne misteriose e meravigliose. Donne capaci di ammaliare e farci innamorare al primo sguardo. Ed è proprio così che Enzo Archetti cattura la nostra attenzione rendendoci incapaci di resistere a queste visioni di pura bellezza. Un cammino psicologico frutto di attenta ricerca ove ogni gesto ed il più piccolo segno sono cautamente pensati e voluti dall’autore molto prima di lasciare il loro tratto sull’opera stessa. Damigelle algide e leggiadre il cui sguardo trapela appena sotto cappelli di straordinaria ricercatezza. Fiori, velature, gioielli appena accennati, tutto questo ad impreziosire volti che già vivono della loro semplicità. Così il mio sguardo si perde nella frenesia di questo incanto. Il colore è sempre delicato e sfumato nelle tonalità dell’incarnato per poi esplodere in meravigliosi gesti di sicura capacità pittorica negli spazi che l’artista si ritaglia per dare sfogo al suo momento di intensa creatività. Tonalità coraggiose e sfrenate a volte, usate per definire quei luoghi che identificano ancora una volta, nella sua unicità, il carattere di Enzo Archetti. Il cielo si tinge di turchese confondendosi col mare, poiché le terre dell’ultima regina si spingono fino a raggiungere lidi lontani e perduti. Una tenda a righe gialle e bianche è strattonata dal vento, sullo sfondo una spiaggia incantata. Tutto si confonde in una luce piena e tipicamente estiva. Lo sguardo si perde in questa moltitudine di colori e lascia il posto alla fantasia. L’astrazione porta il nostro autore ad esplorare terreni insidiosi e mutevoli come nelle sue “Sinfonie” ove materiali diversi, corde, stoffe, divengono elementi architettonici a dividere campiture di ampio respiro. Sembra quasi che Archetti abbia congeniato queste composizioni in modo da creare delle finestre affacciate su un mondo tutto da creare, volutamente lasciato in bianco e nero. La bellezza e leggerezza delle decorazioni applicate è a stento tenuta insieme da fili leggerissimi pronti a spezzarsi al primo soffio di vento. Ma proprio questo, purtroppo, è il mondo dell’ultima regina, un angolo remoto del nostro cuore sempre in equilibrio tra il reale e il fantastico, tra la razionalità e il sogno. Il nostro autore conosce molto bene questo confine sottilissimo e su esso gioca, quasi fosse lui stesso ne “l’Infinito” a camminare sopra ad un filo sospeso sul nulla. L’arte, la vera arte, quella con la “A” maiuscola, non ha timore di precipitare nel baratro dell’ovvietà. Si destreggia da sola nelle mani di chi possiede quella saggezza e il coraggio di lasciarsi guidare dalle emozioni più pure che il cuore è capace di trasmettere. Archetti, creatore di questo dialogo meraviglioso fatto di silenzi e preziose immagini, ci accompagna fino in fondo, là dove la materia si spezza definitivamente ed è solo il colore a parlare. Come nei “Contrasti” e nella “Luce”, opere queste ove il figurativo scompare apparentemente, pur rimanendo sotteso, mascherato soltanto da un gesto impulsivo. Il gabbiano che ci ha guidato in questo regno di luce si allontana “Nello spazio” sopra ad un muro che sembra evocare, in chiave moderna, la famosa “siepe” di leopardiana memoria che “l’altro esclude”. La bellezza è ciò che davvero conta e ci può salvare dallo squallore e dalla mediocrità che è bene rimangano celati al di là del muro. Siamo giunti alla fine di questo meraviglioso viaggio che ci ha portato fino ai confini di quella terra che è parte di ognuno di noi. L’ultima regina ci regala ancora uno sguardo prima di vederci allontanare da questa magica atmosfera e tornare al mondo reale, anche se sono certo che la ritroveremo presto, magari nel prossimo sogno.

ELENA ALBERTI NULLI 

Oggetto: Un pensiero per te

Caro Enzo, grazie infinite per il dono del libro. Stupendo.

Ne sto godendo l’armonia inquieta, velata di malinconia nel linguaggio di segni e colori di speciale intensità mistica. Mi piace la costante ricerca di un equilibrio compositivo nel disegno sottile e dinamico. Le forme appaiono leggere, senza peso in una linea precisa e ondeggiante, fatte d’aria, lontane atmosfere di un mondo sognato. Che meraviglia. Mi incanta l’infinito del cielo negli occhi delle donne, luce e controluce nei viaggi di invisibili treni, colori che si rincorrono in sinfonie di spazi e di riflessi. Viaggi di giorno, di notte e verso sera, vagoni di colori irrequieti, impulsivi, pacati, corteggiati, furbi, intelligenti, solenni nel silenzio, violenti nell’urlo.

I tuoi quadri, disegni ali parole, mi regalano tanta serenità con la loro bellezza soffusa nella trasparenza del colore, nelle esili linee raffinate, mi commuove quell’ incantevole cromatismo delicato che c’è e non c’è. Un dono speciale appartiene al tuo sentire e alle tue mani, sai fermare sulla carta e nel tempo tanta eleganza, gentilezza, drammaticità, energia.

Grazie e complimenti, carissimo amico.

E non solo festa di colori ma anche danza di parole.

Nella prefazione il tuo stile si fonde con le situazioni attraverso la disposizione delle parole che seguono lo stesso ritmo delle emozioni vissute nella realtà interiore. Il ritmo diventa pertanto il protagonista del testo dove i personaggi e gli episodi non sono altro che un pretesto per raccontare. Un raccontare che rifugge dalle costruzioni complesse e che si basa su una sintassi essenziale fatta di cadenze. I pensieri sono fiumi di poesia dove si specchiano fughe di tramonti infuocati, mondi splendenti di oro purissimo. E su tutto una fanciulla altera e bianca.

Grazie Enzo per questo importante splendido regalo. Ti aspetto al caffè delle 10,30 e ti abbraccio

Elena

GIUSEPPE RASPANTI

(febbraio 2019)

Enzo Archetti non dipinge, viaggia; non colora, immagina; non descrive, pensa. Porge i pensieri nella loro forma visibile, quasi plastica e convoca gli elementi della scena del mondo invitandoli ad essere se stessi. Senza infingimenti e senza sciocche vergogne. Archetti non spiega, narra. E lo fa seguendo il filo, un filo che viene da un ‘chissà dove’ che ha un sapore ancestrale e che è proteso verso un ‘chissà dove’ dal sapore simile a quello del destino. Nelle tele di Enzo vivono volti che sono ricordi, memorie che sono visi, luci che sono abbagli, dettagli che sono spie. Vive gente che percorre il tragitto, dal chissà dove al chissà dove, seguendo la propria ombra come fosse un lascito dell’infanzia o un presagio di esodo. Ecco il prodigio del rovesciamento: lo specchio che si fa realtà e la concretezza che diventa appendice, simulacro, riduzione, finzione. Ecco la verità dell’ombra, ecco la vertigine dell’apparenza. E quasi dappertutto ecco il filo. Del discorso, della logica, del tempo appunto indomito, dei panni stesi e allegri e di quelli assenti, del funambolo che si inventa l’equilibrio sul mondo di elementi che sgomitano per essere protagonisti. O semplicemente per essere riconosciuti. O, ancor più semplicemente, per essere.

GABRIELE GABBIA

 (maggio 2010)

Scrivere della pittura di Enzo Archetti è come obbedire al dettato di un carme ispirato e copioso: è questa la cifra che propugna la sua arte; è questo che egli ha attuato camminando per via: inverare l’Assoluto nello spazio limitato della tela; sciorinare con grazia ed inusitata eleganza la presenza regale e misteriosa della muliebrità nel creato; districare con caparbietà ed infine risolvere in pittura quelle dicotomie esistenziali così assidue nell’esperienza quotidiana per volgere lo sguardo – attraverso lo slancio della poesia – alla bellezza: peculiarità immanente – quest’ultima – alla ricerca che l’artista bresciano severamente conduce da oltre trent’anni.

Archetti ha dispiegato nel tempo – con fatica e pazienza, passione e maestria –, mediante la lenta conoscenza e l’acquisizione graduale delle proprie poliedricità pittoriche, una sensibilità in grado di empiere e svuotare con duttilità le tele, servendosi di tecniche e di linguaggi assai diversi, attraverso un meditato e complesso processo creativo che lo ha condotto da una parte a suggellare risoluzioni compositive sempre più raffinate, essenziali e concettose, e dall’altra a comporre giulive e fastose agglomerazioni, con tracce di immagini umane ad accrescerne il valore semantico e speculativo.

Ogni dettaglio nella complessa e stratificata esperienza artistica di questo originale e arguto pittore si schiera nel tentativo di introiettare la presenza dell’Infinito nel quotidiano, coniugandolo con la realtà umana; un tentativo sorretto – nell’esplorazione maturata – dalla pratica del silenzio, della riservatezza, della cura, della liricità e del piacere desunto dal rapporto fattivo con la materia, con il colore, giungendo, attraverso l’elaborazione e il raccordo armonioso di questi elementi, alla gestazione molteplice e sorprendente di combinazioni metafisiche.

L’arte di Archetti rappresenta tante cose, e non si avvale di circonlocuzioni o di trucchi, ma soltanto di qualche tropo: dice metaforicamente ciò di cui dispone poiché sa che al di là delle proprie abilità essa intende soprattutto ricordare che la poesia dell’Infinito è cosa umana, dimora qui, fra noi; è alla portata di tutti poiché giace nella finitudine della vita: è – semplicemente – la vita; basta saperla ravvisare; basta volgere gli occhi negli occhi della propria donna – stare in silenzio – o alzarli al cielo.

                Gabriele Gabbia        

MARTA MAI “Enzo Archetti”

(3 gennaio 2010)

Ci allontaniamo dal grande e luminoso studio-bottega di ENZO ARCHETTI in uno stato di compresa euforia: abbiamo assistito ad uno spettacolo del tutto gratificante, che ci ha allietato la vista e suscitato emozioni positive. Lo rivediamo con gli occhi della mente.
Le tantissime opere, spesso di grandi dimensioni, sovrapposte alle lunghe pareti, richiedono un ritmico lavoro di trasferimento, al fine di essere visionate. Si susseguono e ci aspirano in una ansiosa aspettativa, che, ad ogni passaggio, rinnova la meraviglia e lo stupore.
Il nostro “star bene” lì, in quel contesto, si accentua man mano la comunicazione avanza ed il messaggio dell’artista si esplicita.
ENZO ARCHETTI ha l’occasione di “traslocare” le sue opere, di rivedere i suoi passaggi, di parlare: lui così schivo e così riservato!
E’ sollecitato dalla situazione empatica, che si è istaurata e racconta, racconta … Ripassa le sue ricerche, ci conferma sull’interpretazione della comunicazione e ci trascina nel vortice dei segni, nella fantasmagoria delle cromie.
Emerge immediatamente che, pur nella preziosità dell’evoluzione artistica, il tratto di ENZO ARCHETTI è inconfondibile.
I luminosi colori, raffinati negli accostamenti , sia che accompagnino la figura, sia che si spandano nella manifestazione del pensiero e propongano discorsi, che dicono di scelte, riecheggiano sempre messaggi sereni.
Attraverso gli occhi, invasi d’azzurro, delle metafisiche donne, che simboleggiano l’umanità, ENZO ARCHETTI parla di capacità latenti, che giacciono in ciascun essere umano e sono in trepida attesa di essere suscitate. E allora, i grandi cappelli, che ombreggiano i volti, sono la metafora del velo, che cela e trattiene le meraviglie del cuore e della mente, i cui doni segreti, allegoricamente espressi nei fastosi copricapi e nei ricercati ornamenti, come opulente cornucopie circondano i volti delle eteree, ma sapientemente plastiche figure,che, nella lievità, per maestria tecnica , hanno consistenza.
Damaschi rari e tappeti pregiati entrano nelle tele e concorrono alla realizzazione dell’opera. Hanno provenienze diverse: proclamano l’universalità dell’arte, che non ha confini quando valorizza l’uomo per l’esperto prodotto del suo ingegno creativo.
E l’uomo, unico ed irripetibile, si interroga sul suo essere nel mondo, sul significato della sua vita, ed intensifica la volontà di fare, per lasciare, secondo le sue possibilità, una traccia del suo viaggio terreno.
Vuole “aprire” quelle finestrelle chiuse, che suggellano monili aderenti ai colli delle sue Muse, scrigni preziosi da esplorare, o che emergono nel vuoto in attesa di essere spalancate: sembrano occhieggiare al fruitore dell’opera, contagiando smania di produrre, volontà di bloccare lacerazioni, propositi di saldare fratture e desiderio di scrivere qualificanti percorsi di vita su intonse pagine.
Nell’universo senza fine, disseminato di galassie inesplorate, l’astratta e sinuosa linea, che rimanda all’uomo, si adagia nel suo frammento come in una culla. Da lì mira il sovrastante astro, riflesso d’infinito, e contempla i suoi progetti futuri negli allineati aquiloni fluttuanti nell’aria.
C’è costruttivo ottimismo, c’è adesione al Creato, c’è armonia.
E l’armonia, quell’armonia che vince di mille secoli il silenzio, ci seduce, ci entusiasma, ci convince completamente.
Tutto questo suggerisce, secondo la nostra lettura, la pittura di ENZO ARCHETTI.

Marta Mai

FAUSTO LORENZI “Frammenti d’infinito”

(Giornale di Brescia 22-2-2007)

…“E’ un libro d’artista illustrato con 44 lavori pittorici su tela, in cui la parola scritta diventa ritmo dell’immagine e l’immagine torna a sciogliersi nel flusso della scrittura. Il viaggio, in un artista che già ci aveva dato “pagine di diario” in pittura, è appunto tra frammenti d’esistenza, piccole occasioni quotidiane, opacità e barlumi di luce.
C’è un linguaggio plastico della favola o poesia –ci dice Archetti con la sua operazione-, un’-evidenza- che non rifiuta nessun corpo alle parole. Il suo racconto, infatti, della poesia mostra il tentativo di uscire dai confini della parola per farsi scrittura figurata, parola dipinta, oggetto poetico, cioè libro scritto “di dentro e di fuori”.
L’acrobazia dell’immagine, tra piccoli sortilegi e chimere, fate morgane affidate magari a un semplice profilo di cappello come a suggerire un “profumo di donna”, è il versante di più serena confidenza di questo alfabeto onirico. Più felice, quando la pittura avanza in una risonanza tutta interiore dell’immagine, la memoria affidata all’espressività della materia stessa, come imprimesse e annodasse sulle tele gli accidenti minimi e i piccoli detriti dei giorni, o talora sondasse i varchi dell’infinito, in più larghe campiture o in più ampie colature di colore. Allora diventa una forma, un ritmo di racconto poetico per nominare le cose allusivamente spalancando spazi baluginanti d’ammicco e sogno, miraggi d’esperienza e d’interpretazione del tutto, infinite combinazioni e moltiplicazioni di senso. L’aspetto che piace di più dell’operazione è proprio nel sondare un filone di ricerca intraverbale, a sfruttare valenze, echi, risonanze che si sprigionano dentro la scrittura, a tendere tutte le fibre e nervature delle immagini. In tal modo ci fa vedere come una forma, anche la più codificata, non sia che un caso dell’immagine.
Ci muoviamo in un territorio di parole e immagini che non possono essere divise, mentre l’-ordine- del racconto scritto si ribalta in peripezia di segni e colori: più l’autore cerca di circoscrivere il campo dell’esperienza – in un dettaglio, un frammento, come le note del carillon che danno origine alle avventure di questo libro – più apre prospettive -vaghe- al proprio interno, come se in ogni punto –o frammento- si aprisse un varco sull’infinito (“ma i sogni sono ancora sacri?)….

MAURO CORRADINI “In bilico tra figurazione e astrazione”

(Bresciaoggi 13-12-2005)

E’ in bilico tra figurazione ed astrazione Enzo Archetti, così come, nella formazione, è rimasto a lungo in bilico tra letteratura e ricerca artistica. Attivo da oltre trent’anni, Archetti è venuto definendo il suo stile attuale attraverso una semplificazione delle forme, una pittura che sa di muri e di calce, una pittura che sul fondo di tracce, in una certa misura corrose e rese diverse dal tempo, si stagliano immagini, figure, icone di una memoria inquieta, alla ricerca del “varco” (direbbe Montale). Questo percorso che raggiunge attorno al giro di boa dei due secoli la sua sintesi migliore, lineare, libera, si è venuta addensando di simboli e tracce negli ultimi anni; rimangono ancora, leggibili, le memorie tra realtà e sogno, che di Archettti sono misura e carattere, rimangono i muri carichi di umori e di tracce a fare da sfondo; qualcosa è tuttavia mutato, il segno appare più insistito, le figure si propongono con una interiore inquietudine: l’oggetto che compare in Assolo, la sua ombra inquieta e allungata sulla parete, il filo esile che l’ombra allunga, tutto sembra definire una dimensione di instabilità cercata. Dalla serenità di La nota migliore, 2000, si trascorre alla nuova inquietudine.
Il gioco dei simboli rinvia alla memoria, alle figure che appaiono in un universo mentale, figure reali e ideali ad un tempo, figure che sembrano imporsi sulla fragilità dei grumi e delle tracce: la vita, di cui l’arte diviene metafora, è in questi contrasti, in queste contraddizioni.
Archetti ripercorre gli itinerari di una riflessione che ha radici antiche, per cui tutto appare come soffuso di nostalgia e di memoria, di simboli che aprono da un lato alla magia della pittura (grumi, striature, sovrapposizioni, ispessimenti) e dall’altro lato al mistero dell’esistere, richiamato per accenni, suggestioni. Come se Archetti volesse suggerire, senza soffermarsi più di tanto, sui simboli che costituiscono lo spazio vitale della nostra esistenza.

Mauro Corradini

GIANNI QUARESMINI “Oltre l’orizzonte: il silenzio sospeso”

(settembre 1997)

Le opere di Enzo Archetti sono avvolte in un’atmosfera misteriosa, in un silenzio irreale. Non si tratta di taciturnità e neppure di quiete o di pace.

E’ l’inquietudine dell’”oltre”, dell’”al di là”, dello sguardo di traverso che cerca un orizzonte che nel quadro non c’è, e quindi si può solo intuire; un orizzonte che forse non c’è davvero, che diventa metafora del “silenzio” che incombe e ci aspetta. Ed è la mancanza della fisicità di questo orizzonte rapportato alla sguardo sghembo, che turba di lontananze struggenti, di emozioni fatte di fusi orari rimasti nel cuore.

 

Frammenti di interiorità

Gravitazioni dell’anima

E’ forse questo il mistero che si cela nelle donne di Enzo Archetti, così enigmatiche, così misteriose, così distanti, così irraggiungibili? Sono tante oppure una sola?

E’ difficile scoprirlo. Di certo parlano ad ognuno dischiudendo spiragli su diverse lunghezze d’onda; come una sorta di diapason segreto entrano in sintonia facendo vibrare pezzi di  interiorità. Può essere un leggero bradisismo in qualche zona remota dell’essere che prima non si sapeva neanche che  esistesse, ma che, d’improvviso, si sommuove: disgiunta periferia dimenticata dalla coscienza vigile, che ha l’istante opportuno per farsi sentire.

Può essere l’alta marea che avanza e che sommerge golosa di spazio ogni granello di sabbia, spinta inconscia di oscure gravitazioni dell’anima.

Può essere l’acqua che lentamente tracima  irrigando tra le avide zolle  di profonde radici assetate di futuro incerto.

 

Donne bellissime

senza sorriso

Sono donne bellissime, ma senza sorriso, forse dentro qualcosa le lacera. Il tempo le sovrasta, ma loro non hanno tempo. Forse rappresentano l’idea della donna o forse della fragile condizione dell’essere umano. Il loro sguardo obliquo probabilmente nasconde la consapevolezza pessimistica dell’assenza del futuro. Non c’è tempo. Non c’è più tempo. Il tempo è stato. L’emozione del vivere appartiene ormai solo al passato. Questo sembra dire il loro sguardo.

A volte palpitano come frammento del Rinascimento, nostalgia di epoca mitica che oggi ciascuno vede come vuole: rifugio policromo di sogni.

 

Il muro sofferente

Lo sguardo obliquo

Enzo Archetti confessa candido “queste donne mi vengono così abbastanza semplicemente. Devo sentire il colore, solo così posso percepire la forma della bellezza”. Le sue donne, infatti, acquistano forma a seconda del colore che l’artista sente.

“Più che la donna voglio rappresentare il colore che mi interessa: la figura entra in questo desiderio di colore come simbolo di bellezza per cercare “al di là””- prosegue Archetti. Le sue donne sono sempre un poco altere e mentre guardano “al di là” acquistano risonanze metafisiche rivelando le incertezze esistenziali del loro facitore: il difficile rapporto con la vita, con il “dopo”, con chi non si rivela.

“Sono un narcisista- prosegue Enzo Archetti- mi piace lo sguardo che sfugge. Tra chi ti prende di petto e che ti può scrutare o mettere a disagio preferisco lo sguardo di sbieco, è più sensuale, femminile”. E così lo sguardo cerca di trovare e di scoprire forse la libertà, forse il senso della vita. “Oppure un “niente”. Dici poco tu un “niente”- spiega Archetti. E un niente con della luce: si carica di significato”.

Una volta all’artista piaceva come riferimento la luna, ora invece c’è un “al di là” dove ognuno può vedere ciò che vuole, ma che per l’artista è un “niente” inquietante, carico di misteri, desolante magari, che si può solo intuire, ma nella sostanza difficilmente intelleggibile.

Le figure femminili diventano così mezzo espressivo dato che contengono l’idea della bellezza.

 

Sensualità fastosa

figure aeree

Lo sguardo carica queste creature di espressività. Danno il senso della leggiadria e della sensualità fastosa. Uno dei tocchi che caratterizzano la figura sta più nel cappello che nei capelli. Con il cappello, quasi sempre ampio, le figure femminili di Archetti si trasformano, diventando allo stesso tempo più aeree e più sicure. A volte è un mazzolino di fiori che le ingentilisce e sembra quasi profumarle.

 

Protagonista:

il senso del tempo

Anche se è immediatamente visibile nelle tele di Archetti il senso del tempo è un protagonista neppure tanto sotterraneo.

 

Esploratore di remoti

fusi orari

Esploratore di remoti fusi orari, l’artista è consapevole che, quando pittura, le sue donne sono già nel passato; non esistono nella realtà. Inoltre fare un quadro vuol dire terminarlo. Ed è proprio in quel momento finale che l’opera appartiene già al passato. Del resto la tecnica dell’affresco, che usa con maestria, dà il senso dello ieri, del passato, spesso atemporale.

“Forse noi apparteniamo già al passato”- dice Enzo Archetti, mentre sui tetti calano le prime ombre della sera.

Quale, allora, la speranza? Quella di lasciare qualcosa di sé, che ci ricordi. Per capirlo meglio partiamo dal “muro” che il pittore spesso usa come supporto per le sue figure. E’ un muro emblematico forse una sorta di sentimento. E’ sempre un muro vecchio, sofferente che si sgretola lentamente, pieno di acciacchi e di crepe. E’ uno di quei muri di campagna o di vicolo di antichi centri vissuti ogni ora del giorno e della notte, che si consuma, ma che resiste. E lo stesso vale per le figure femminili, che vi appaiono fissate in modo labile, un po’ come quando la pioggia rivela disegni e trame nascoste. “Così le mie figure femminili sopravvivono, così sopravvivo un po’ anch’io”- afferma l’artista che affida il “sé” alle sue donne.

 

La precarietà

e l’incertezza

C’è anche il senso della precarietà nelle opere di Archetti. Le sue figure, pur nitide, sono lì quasi per miracolo, troppo facilmente cancellabili, altere ma fragili, sicure ma troppo indifese: in una parola pronte a scomparire.

Diventano così metafora della condizione umana d’incerto passato e di più incerto futuro. Così Archetti, poeta del colore e narratore di emozioni, fa palpitare nelle sue opere la condizione dell’uomo di fronte ai grandi temi della vita e della morte.

“Al di là” dello sguardo obliquo c’è grande incertezza forse non c’è niente da vedere. La donna è lì presente, ma è già situata nel passato sopra un muro di calcina sbrecciato.

 

La ricerca è vita

Attorno a questi temi Enzo Archetti lavora da anni con le tecniche e i materiali più vari sempre alla ricerca di colori e di mezzi espressivi nuovi. La vita come la cultura non sono ripetizioni meccaniche, ma attimi unici: per non morire prima del tempo non bisogna ripeterli uguali giorno dopo giorno.

La ricerca è vita, così come vivono i colori nelle loro infinite combinazioni. Come del resto gli sguardi misteriosi da un passato conosciuto ed allo stesso tempo inesplorato.

 

Tegole umide di vita

su tetti abituati al cielo

Intanto calano le prime ombre della sera settembrina sui tetti intorno allo studio del pittore Enzo Archetti. Si tratta di un paio di stanze, in pratica una mansarda di via Francesco Lana. E’ il luogo ideale per Archetti. Vi può respirare l’atmosfera di muri antichi e tegole rosse umide di vita, su tetti abituati al cielo.

Lassù Enzo può quasi toccare la torre della Pallata dai merli ghibellini, il Castello che, con la luce elettrica, diventa metafisico e la torre campanaria della chiesa di S. Giovanni dai chiostri silenziosi. Anche alcune piccole finestre in qualche casa di fronte all’ultimo piano si illuminano.

La luce è un po’ rossa, tiepida, lontana, ma non carica di promesse come quella dell’infanzia, quando era più facile pacificare il se stesso bambino.

Anche le donne di Archetti, più emblema di inquietudine che di gioia di vivere, suscitatrici di emozioni, dove è più facile perdersi che ritrovarsi, sembrano dentro il crepuscolo. Irraggiungibili e forse custodi, attraverso il loro sguardo, di misteriosi segreti.
  Giovanni Quaresmini