Federico Bernardelli su Stile arte

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Frammenti d’infinito

Enzo Archetti affida a un carillon la chiave magica per penetrare in un mondo di felicità metafisiche, tra calligrammi e dipinti che costituiscono l’assetto visivo del racconto.​

Nella evaporante atmosfera di una notte, quasi in un presagio alla Saint‑Exupéry, in cui l’intensità poetica si stende su una realtà astratta e tiepida, metafisica e astronomica, Enzo Archetti realizza, con Frammenti d’infinito, un elegante pitto‑racconto. Dal modello di Saint‑Exupéry l’artista coglie le modalità grafiche che uniscono, sull’antica linea inaugurata dai calligrammi di Apollinaire e dall’osservazione dell’arte grafica giapponese, contenuto e forma in una funzione plastica che anticipa ed evoca le rivelazioni delle immagini.​

La storia, di una morbida verità poetica, è presto detta nel suo incipit: “Erano anni che quel vecchio carillon era confinato nell’angolo destro del cassetto. Un giorno, e sembrava proprio un giorno qualunque, ritornò sul suo cassettone come su un trono, e lei gli fece scandire le sue uniche cinque note, che subito fecero spalancare le finestre, sfondare le pareti e si tuffarono là sulla cresta della collina, in bilico tra il giorno e la notte, tra il giorno luminoso e la notte nera attorniata dai colori dell’amore. Tutto era sospeso, la sua ombra sparita, le foglie erano vele al vento e per la prima volta intuì il battito cardiaco del pianeta e tutto l’infinito che aveva dentro”.​

Ed ecco quel carillon, con la musica dolcemente e melanconicamente ripetitiva, proiettare nel cielo i due protagonisti, al di là di ogni schermo di fiaba, quasi in volo chagalliano, che resta come una suggestione di fondo del testo, senza che mai la pittura di Archetti la assecondi.​

I ringraziamenti dell’artista, inseriti nell’esergo del libro, pubblicato dall’editore Marco Serra Tarantola, vanno da Alessandro Baricco, come interprete di quelle atmosfere rarefatte così ben rappresentate in Seta, a Piero della Francesca, al quale Archetti guarda per quella perfetta solidità dello spirito che sembra una contraddizione in termini ma che costituisce l’autentica essenza dell’antico maestro toscano. Estende poi il suo ringraziamento a Federico Fellini, per le atmosfere poeticamente stralunate, e a Lucio Fontana, per il nitore e l’essenzialità che, attraverso il taglio inferto alla tela, si aprono comunque allo Spazialismo, una delle rappresentazioni novecentesche di uno spazio spirituale. E naturalmente Archetti non dimentica il ringraziamento alla musa del carillon, Mariarosa Bergamini.​

Queste coordinate, offerte come indizio e spia dall’autore, servono per focalizzare perfettamente le linee sulle quali si muove l’artista. A sinistra del libro, le frasi evocative, vergate manualmente in corsivo, richiamano come calligrammi la struttura centrale del dipinto che viene collocato nella pagina a fronte: ecco allora il cappello di una dolce femme fatale, evocato da uno scritto che ne scolpisce le falde e via via materializza la verticalità del corpo della modella.​

Tra minuscoli inserti figurati, informali luoghi dell’assoluto e aree di materia scabra, il racconto di Archetti si dipana con l’autentica, magica rapidità di un carillon, con quel suo trillo lontano. “Ed era un bel ripartire dall’inizio: solo essenza, niente accessori”.​

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